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Diario di Viaggio: a dorso di mulo per la Mongolia

Ti sei perso la precedente puntata? Nessun problema, clicca qui e poi continua a leggere le avventure e disavventure del viaggio di Massimo Bani (www.traduttorefirenze.it) e Filippo Martelli attraverso il deserto mongolo.


Per un giorno intero piove sodo, così siamo costretti a tagliare il programma e a passare un bel po’ di tempo a giocare a carte, bere e cantare nelle gher. Noi viaggiatori la prenderemmo anche con filosofia, che vuoi farci se piove e il pulmino si sfascia di continuo… però per Mugu è importante svolgere la maggior parte possibile del programma e a volte questa pressione crea delle situazioni faticose.

Si può pensare che sarebbe stato meglio avere la libertà del fai da te ma in Mongolia spostarsi è davvero difficile: rari i treni, minime le strade asfaltate, pochi mezzi di trasporto pubblici, pochissime le persone. Solo la traccia delle piste sterrate, senza segnalazioni. Gli unici punti di riferimento sono naturali, tipo “Quando vedi la montagna, svolta a destra”. Roba difficile per gli stessi mongoli, che non nascondono di perdersi anche loro a volte, proibitivo per i turisti.

Una mattina Mugu ci spinge a montare a cavallo per raggiungere la valle degli otto laghi incontaminati. Sono 4-5 ore di viaggio e io ho il cervello in fiamme perché la notte prima non ho chiuso occhio. Inoltre, è di nuovo prevista pioggia. La sera prima Mugu era venuto a darci la buonanotte e a dire che non era necessario chiudere l’apertura al centro del tetto della yurta, perché era stata una giornata calda, perciò si poteva dormire “con le finestre aperte”. Come dubitare… dopotutto è agosto e i nostri accompagnatori mongoli dormono sempre nel pulmino e poi godersi l’incredibile cielo mongolo da dentro una gher persa nella steppa ha indubbiamente un certo fascino. Credo che nella notte la temperatura sia scesa sotto lo zero. Io ho cercato di difendermi in tutti i modi dal freddo. Prima sono uscito per cercare di chiudere il tetto ma non sapevo come fare, poi ho provato ad accendere la stufa ma il caldo usciva subito. Infine mi sono messo addosso tutto quello che avevo nello zaino ma non è bastato. 


Sembriamo tutti degli zombie ma alla fine si decide di partire. Mugu si lamenta che il mio zaino è troppo grande e grava sul mulo, ma io ho un solo zaino e adesso è praticamente vuoto perché ho ancora tutti i vestiti addosso. Anche stamani il vento picchia dura. Sono completamente bollito e su un animale di cui non ho nessun vero controllo. Mugu ci avvisa di stare attenti a non fare imbizzarrire i cavalli che sono facili allo spavento. Però, l’unico a essere disarcionato sarà proprio lui, con grossa soddisfazione di noi mollaccioni.

Arriviamo nei pressi degli otto laghi e piantiamo le tende nel bosco, almeno non è piovuto. I gradi di turista anziano, stanco e con le palle girate mi danno l’autorità di ordinare lo spostamento di una tenda, piantata inopinatamente su una concentrazione di sassi e zolle. Adesso posso finalmente sdraiarmi nella tenda, senza togliermi niente di dosso, e riposarmi un po’. Filippo e Ryuta trovano le forze per salire fino in cima a una delle montagnole circostanti. Riemergo dalla tenda per l’ora di cena: zuppa e fagioli davanti al fuoco. Con noi c’è anche una guida locale che ha pochi anni più di me ma sembra mio nonno. E non c’è da stupirsene visto che passa le giornate a dorso di un ciuco, sotto il sole e la pioggia. Stanchissimo, mi rificco nella tenda da due posti, dove staremo in tre. La stanchezza deve avermi mandato un po’ in corto il cervello perché mi ritrovo a ripetermi in continuazione “che sei grullo… che sei grullo…”.


 Miracolosamente, la mattina dopo mi sento bene, mi alzo e vado a bere a uno dei laghi. Qualcosa mi dice che si tratta di acqua pulita e anche se non lo fosse è lo stesso, perché di certo in questi giorni mi sono fatto degli anticorpi con le contropalle bevendo airag. Mi esce bene un canto, segno che sono in forze. Smontiamo e ripartiamo per fare lo stesso tragitto al contrario e tornare al campo delle gher, tutto sotto la pioggia.

L’ultima doccia l’ho fatta diversi giorni fa a Irkutsk, in Siberia. Dopodiché mi sono rotolato per giorni nella polvere della Mongolia, impastando il tutto con la pioggia. Non che sia una tragedia per me, che non sono un grande amante dell’acqua, però adesso una sciacquata me la vorrei anche dare, anche se fa freddo e ho il terrore di spogliarmi e prendermi una ghiacciata. L’occasione capita visitando l’Erdene Zuu Khiid, il monastero dei cento tesori, nato sulle ceneri dell’antica Karakorum. Poco lontano dalle mura di cinta del monastero c’è una baracca con delle docce da dove passiamo tutti a turno per darci una lavata con dell’acqua appena tiepida. Comunque la pulizia durerà poco, perché dopo andremo a impolverarci di nuovo nel deserto, un po’ per piacere un po’ per dovere, perché dovremo tirare fuori il pulmino dalle sabbie a suon di spinte.


 La Mongolia è uno di quei posti dove si capisce per necessità quanto è preziosa l’acqua e come si possa vivere utilizzandone pochissima, fatta salva quella per bere. La mattina ci versiamo un pochino d’acqua della bottiglia sulle mani per poi passarle sul viso. Un’altra poca per bagnare lo spazzolino e sciacquarsi la bocca. Qualche manciata per lavarsi il sedere alla latrina. Qui la gente i vestiti se li lava raramente e le docce sono sporadiche. Nelle gher si vive come nelle nostre case contadine di 60 o 70 anni fa. Di rubinetti non ce ne sono, l’acqua la si va a prendere fuori, a volte lontano. Va scaldata sulla stufa e usata alla svelta perché altrimenti si righiaccia di nuovo. Anche nei pressi di Ulaan Baatar l’acqua corrente non c’è. Si va avanti con le cisterne sui tetti. Insomma, i mongoli sono un ottimo esempio di decrescita, anzi sono cresciuti poco, nonostante un lungo dominio sviluppista sovietico e adesso l’arrivo dei palazzinari cinesi. Forse semplicemente perché qui la natura rende difficile la crescita di qualsiasi cosa.


 Per il pranzo ci fermiamo nel Gobi. Dalla sommità di una duna vedo un pastore cavaliere che porta la sua mandria di cavalli ad abbeverarsi in uno specchio d’acqua lì vicino; sullo sfondo due piccole gher. La sera, nei pressi dell’accampamento, molti di noi vomitano, probabilmente a causa della stanchezza accumulata in questi giorni. Dopo la cena compare nella gher un anziano mongolo, anche lui con il volto segnato dagli elementi naturali e le articolazioni bloccate nella posizione del cavallerizzo. Il vecchio è un amante del canto tradizionale e coadiuvato da Ankha ci regala diverse sue interpretazioni. Quando anche noi ospiti siamo invitati a cantare una canzone dei nostri paesi, Ryuta si eclissa, i germanofoni balbettano una canzoncina, io propongo una “Aria di rivoluzione” di Battiato nella versione urlata da Ferretti e Canali nell’Acoustica di Videomusic del 1994. I mongoli applaudono. La serata si conclude con vari giri di vodka. Un bell’epilogo della nostra breve incursione nella natura mongola.

Testo e immagini: Massimo Bani - www.traduttorefirenze.it


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